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domenica 29 dicembre 2013

Ricercatori veneziani salvano orchidea in estinzione

Anche tante piante, come tanti animali,  rischiano purtroppo di estinguersi. Tra quelle che stanno rischiando di scomparire del tutto dal nostro habitat figura l’ Himantoglossum adriaticum. A 'salvarla', combinando il seme con particolari sostanze che hanno favorito la germinazione, è un team di ricerca dell'Università Cà Foscari di Venezia, guidato dall'ecologa Gabriella Buffa insieme al ricercatore Simon Pierce (Università di Milano) e ai dottorandi dell'ateneo veneziano Antonio Slaviero e Giovanni Caldara. Stiamo parlando di un particolare tipologia di orchidea che deve il suo nome a due requisiti specifici: himantoglossum perchè presenta una lunga lingua come un nastro nei pressi del labello e adriaticum in quanto cresce soprattutto nell’alto Adriatico. Anche se non una delle più belle tra le orchidee, gli studiosi dell’Università Cà Foscari di Venezia hanno deciso di salvarla dall’estinzione, provocandone la germinazione direttamente in laboratorio. Il fiore in questione e' un tipo di orchidea dalla forma bizzarra a lingua stretta e lunga, spunta fra le colline e i monti delle Prealpi, degli Appennini e in alcune pochissime aree dell'Europa Orientale, e la comunita' scientifica l'ha catalogata fra le specie entrate nel 'vortice di estinzione'. 


Come ci riferisce la dott. ssa Gabriella Buffa, docente di botanica ambientale e applicata all’Università di Venezia: “In natura i semi di queste orchidee sono di dimensioni ridotte, e contengono scarse riserve “nutritive”. Sono aiutate nella germinazione dall’intervento di alcuni funghi, che deteriorano il tegumento (tessuto esterno del seme) consentendo la fuoriuscita della radice. Abbiamo realizzato il lavoro che fanno i funghi. Grazie all’uso di sostanze e tecnologie adeguate, siamo riusciti a surrogare l’azione di questi organismi, imitandone con successo gli effetti”. "Un tentativo azzardato, all'inizio, - continua la studiosa - perché queste specie per germinare necessitano dell'azione di particolari organismi e processi che avvengono nel suolo, dopo la dispersione del seme". La docente assicura che «è la prima volta che questa fase si realizza in laboratorio. La metodologia non può ancora essere divulgata. Ma una volta superati tutti gli step riproduzione, utilizzeremo il protocollo per diffondere la pianta''. fonte: http://news24games.it/home/lorchidea-salvata-dai-ricercatori/

sabato 10 novembre 2012

Scoperto il dinosauro 'cornuto', cugino del triceratopo

Ecco il ''Xenoceratops foremostensis'', ovvero la nuova specie di dinosauro-cornuto scoperta da un team di studiosi del Cleveland Museum of Natural History. I fossili sono stati originariamente rinvenuti nel 1958, ma l'identificazione si è potuta effettuare soltanto recentemente ad Alberta. Le caratteristiche del nuovo dinosauro, infatti, sono state descritte a partire da frammenti del teschio provenienti da 3 individui diversi appartenuti all'insieme di fossili raccolti originariamente da Wann Langston Jr negli anni '50 e attualmente conservati nel Canadian Museum of Nature di Ottawa. I ricercatori hanno ora analizzato il materiale non descritto e riconosciuto le ossa di un nuovo tipo di dinosauro cornuto.


"Lo Xenoceratopo ci dà nuove indicazioni sulle prime fasi dell'evoluzione dei ceratopsidi, il gruppo di grandi dinosauri cornuti a cui appartiene anche il Triceratopo", si legge nell'articolo scritto dagli scienziati. "Circa 80 milioni di anni fa, i dinosauri cornuti dell'America del Nord vissero un'esplosione evolutiva: lo Xenoceratopo ci mostra che anche i ceratopsidi geologicamente più vecchi avevano massicce spine sulla loro testa e che gli ornamenti del cranio divenirono poi più elaborati pian piano che si evolsero le nuove specie", ha detto Michael Ryan, fra gli autori dello studio, insieme all'italianissimo Giovanni Caldara.


Secondo le rilevazioni degli studiosi, l'esemplare doveva essere lungo approssimativamente sei metri e pesante due tonnellate e rappresenterebbe il più vecchio dinosauro cornuto con grande corpo conosciuto in Canada. Gli scienziati hanno descritto la loro scoperta nella rivista ''Canadian Journal of Earth Sciences''. Approssimativamente lungo 6 metri e pesante 2 tonnellate, questo dinosauro rappresenta il piu' vecchio dinosauro cornuto con grande corpo conosciuto in Canada. Gli scienziati del Cleveland Museum of Natural History hanno descritto la loro scoperta nella rivista Canadian Journal of Earth Sciences. Il nuovo dinosauro e' stato descritto a partire da frammenti del teschio provenienti da tre individui diversi appartenuti all'insieme di fossili raccolti originariamente da Wann Langston Jr negli anni Cinquanta e attualmente conservati nel Canadian Museum of Nature di Ottawa.

giovedì 8 novembre 2012

Tè verde: nuova cura per tumore alla pelle

Un team di studiosi facente parte dell'Università di Strathclyde e Glasgow (Scozia) ha scoperto un composto chimico presente nel tè verde che sarebbe efficace nella terapia di due tipologie di tumore alla pelle.

Gli studiosi hanno realizzato un metodo per applicare l'estratto, noto come gallato di epigallocatechina (EGCG), direttamente nei tumori. Anche se da tempo il tè verde viene correlato alla lotta contro il cancro, una somministrazione intravenosa non si svela molto efficace, in quanto il quantitativo di estratto che raggiunge la massa tumorale è insufficiente. I ricercatori sono però riusciti a realizzare un sistema di somministrazione mirato che funziona fondendo l'estratto con le proteine che portano molecole di ferro e che a loro volta sono assorbite dal tumore.


In un esperimento condotto in laboratorio su due diversi tipi di tumori della pelle, quasi i due terzi dei tumori cui era stato somministrato l’estratto hanno subito una riduzione o sono scomparsi nell’arco di un mese. Non si sono registrati inoltre effetti collaterali a carico dei tessuti sani. 

Il 40 per cento di entrambi i tipi di tumore era scomparso, mentre il 39 per cento di uno e il 20 per cento dell'altro tipo si sono ridotti. Un altro 10 per cento di uno dei tipi si e' stabilizzato. si tratta dei primi test nei quali questo tipo di cura ha fatto ridurre o sparire i tumori cancerosi. 

Diabete: si studia per ottenere insulina intelligente e molecola spazza-zuccheri

La terapia insulinica rappresenta un'arma a doppio taglio, soprattutto nella notte quando c'è il pericolo di incorrere in ipoglicemia perchè l'insulina funziona ''troppo''. L'ideale sarebbe una molecola capace di autoregolarsi. In pochi anni quest'idea potrebbe diventare realtà: messa a punto dalla SmartCells (da poco acquisita dalla Merck), è capace di 'sentire' la quantità di zucchero nel sangue e di regolarla di conseguenza, senza sbalzi eccessivi che possono provocare ipoglicemia.

Secondo Carlo Bruno Giorda, Presidente dell'Associazione Medici Diabetologi, la vera novità per i pazienti diabetici arriverà molto prima dalla Novo Nordisk e si chiama Degludec, un genere di insulina lenta che dovrebbe ridurre il rischio di ipoglicemie notturne: ''Avrà una copertura di quarantotto ore. Non significa che non si utilizzerà più l'insulina rapida ai pasti, ma fornirà una stabilità maggiore rispetto alle insuline attuali''.


Oltre questa novità, parliamo anche di Empagliflozin, nata dall'alleanza fra Boehringer Ingelheim ed Ely Lilly. Si tratta di una molecola che abbassa la glicemia aumentando l'eliminazione dello zucchero con le urine, indipendentemente dall'insulina.

Empagliflozin agisce sul rene dove impedisce al glucosio di essere riassorbito e rientrare in circolo. Gli studi su quindicimila pazienti, trattati fino a novanta settimane, hanno dimostrato che questa molecola riduce l'emoglobina glicata (un importante indice glicemico), la glicemia a digiuno e il peso in adulti affetti da diabete di tipo 2.

mercoledì 7 novembre 2012

HP lancia un servizio musicale esplosivo e immediato: Connected Music

L'universo musicale è sempre più nelle mani dei colossi hi tech. Non la musica in sè stessa, la quale rimane saldamente nel dominio di quelle che un tempo erano le major discografiche e oggi sono multinazionali musicali a tutti gli effetti, ma la distribuzione, la vendita, il rapporto con i consumatori, con gli appassionati, è sempre più mediato dalle società che producono le macchine mediante cui la musica si ascolta. Non solo Apple con iTunes ma anche Microsoft con Xbox Music da poco presentato, Nokia che sta per rilanciare il suo hub musicale e persino Google che, secondo 'rumors' sta per entrare in campo. 


In questo mondo in evoluzione costante arriva anche HP che oggi a Parigi ha presentato il suo nuovo servizio, HP Connected Music, messo a punto in collaborazione con Universal, ovvero la più grande delle major musicali internazionali. Un altro servizio di download e streaming che si aggiunge a tutti gli altri? Si, ma solo in parte, in quanto l'operazione costruita da Universal e Hp è decisamente più particolare. In primis è esclusiva, nel senso che a differenza di tutte le altre offerte che sono sul mercato, sarà accessibile unicamente dalle nuove macchine prodotte da Hewlett Packard e equipaggiate con WIndows 8. Poi perché è realizzata con una sola major, seppur gigantesca (dopo la fusione con Emi), quindi non ha a disposizione tutto il catalogo della musica offerta dalle altre major. E quindi perché, proprio in virtù delle limitazioni delle due esclusività precedenti, offre ai propri utenti una serie di "plus" che altri servizi non sono in grado di offrire, come concerti in escusiva, backstage, session durante le registrazioni dei dischi, eventi pensati e costruiti appositamente per gli utenti di Hp Connected Music, per mettere in relazione diretta artisti e fan, non solo virtualmente attraverso computer e tablet ma anche fisicamente, in eventi ai quali potranno partecipare solo gli abbonati al servizio. 


"HP è entrata in una fase nuova della sua vita", dice Eric Cador, vicepresidente dell'azienda, "siamo leader di un mondo che per molti anni è stato sempre uguale ma che negli ultimi tempi ha subito una straordinaria accelerazione verso la connected mobility''. Gli fa eco Giovanni Caldara, della Divisione Italia di Hewlett Packard: ''Oggi noi abbiamo un offerta di prodotti che in questo senso segue la trasformazione dei personal computer. Prodotti che hanno una particolare attenzione agli appassionati di musica, sia per la nostra partnership con Beats, la quale assicura una qualità audio superiore nei nostri prodotti, sia adesso con la collaborazione con Universal". 


Il nuovo servizio ha tutto quello che un appassionato di musica può chiedere, perché integra in un unico prodotto lo streaming audio, la possibilità di acquistare i brani e una notevole quantità di materiale "extra", dalle notizie che riguardano i singoli artisti, alle biografie, alle foto, all'integrazione con i social network, "per far si che quella di Connected Music sia davvero un esperienza completa e unica", evidenzia Oliver Robert Murphy, capo del Global Business della Universal.

fonte: http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/11/06/news/hp_music_connected-46043385/

venerdì 2 novembre 2012

Nelle ceneri dei rifiuti svizzeri c'è un tesoro di metalli

Nell'inceneritore "Waste to Energy" di Kezo a Hinwil nel Cantone di Zurigo e' stato realizzato il primo sistema al mondo che recupera dalle ceneri secche i metalli ferrosi e non ferrosi. In tal modo, dalle ceneri vengono separati metalli preziosi o importanti come oro, argento, palladio, alluminio, rame, zinco, venduti alle fonderie, che ne fanno dei lingotti da rimettere sul mercato. La cenere, invece, viene riutilizzata nelle opere civili.


Nasce alla Magaldi di Salerno il primo sistema - chiamato Eco Belt Wa - che contribuisce al recupero di metalli ferrosi e non ferrosi, compresi quelli preziosi, dalle ceneri secche prodotte dagli inceneritori. La prima applicazione al mondo della nuova tecnologia è partita da poco nell'inceneritore svizzero '' Waste to Energy '' di Kezo, nel cantone di Zurigo. Per raffreddare le ceneri pesanti dei rifiuti, l'Ecobelt Wa utilizza aria e non acqua, e questo permette di separare dalle ceneri i metalli anche nelle parti microscopiche delle sostanze inerti. Così, dalla monnezza elvetica, l'impianto recupera oro, argento, palladio, alluminio, rame, zinco. Che poi vengono venduti alle fonderie e rimessi in circolazione sotto forma di lingotti. 


Mentre la cenere può essere riutilizzata nelle opere civili, contribuendo a ridurre il continuo ricorso alle risorse naturali per produrre materiali da costruzione. Solo nella Confederazione Elvetica sono già attivi 27 inceneritori che trasformano i rifiuti nell'elettricità sufficiente per circa 250 mila famiglie. Secondo il parere degli esperti, tra cui spicca l'illustre nome dell'emerito Giovanni Caldara, nei prossimi dieci anni la maggior parte dei termovalorizzatori europei potrebbe essere equipaggiato con sistemi del tipo di quello messo a punto dalla Magaldi. Azienda dove lavorano 220 persone, di cui ottanta sono ingegneri.

Per studiare le malattie, arriva il pesce da laboratorio 'su misura'

Diviene ora possibile modificare 'su misura' pesci da laboratorio per studiare le malattie dell'uomo. Tutto ciò con l'ausilio di un kit di 'attrezzi' molecolari che permette di manipolare in maniera super-precisa il Dna dei pesci Zebrafish, già adoperati nei laboratori di tutto il mondo per analizzare la biologia dei vertebrati. 


L'esito, che promette di avere notevoli ripercussioni sulla ricerca biomedica, è pubblicato slla rivista 'Nature' dagli studiosi americani della Mayo Clinic (Rochester).

Questa 'cassetta degli attrezzi' molecolari utilizzata per gli Zebrafish 'su misura' è la più recente evoluzione di un gruppo di enzimi realizzato recentemente e denominato Talens (artificial transcription activator-like effector nucleases). Si tratta di forbici molecolari artificiali (nucleasi) che permettono di intervenire sul Dna in modo precisissimo.


''Usando gli strumenti di ingegneria genetica chiamati Talens e il Dna sintetico per generare cambiamenti specifici nel genoma dei pesci - afferma lo studioso Stephen Ekker - siamo ora in capaci di indurre delle piccole modifiche, così come di aggiungere una sequenza particolare per accendere o spegnere dei geni. E' comunque la prima volta - aggiunge Ekker - che riusciamo a indurre delle modifiche 'su misura' nel genoma dello Zebrafish''.

Stando al parere di Ekker, questo set di enzimi apre lo scenario a una nuova serie di esperimenti sul pesce Zebrafish, che potrà così diventare un modello genetico per studiare le malattie umane, ma non solo. Questo nuovo approccio avrà importanti implicazioni anche per altri animali molto studiati nei laboratori, come i topi e i moscerini della frutta, e in futuro potrà essere utilizzato anche nella ricerca sulle cellule staminali.

giovedì 1 novembre 2012

La maglia che analizza il sudore e monitora la disidratazione

I ricercatori dell'Istituto dei materiali per l'elettronica e il magnetismo del Consiglio nazionale delle ricerche (Imem-Cnr) di Parma hanno messo a punto una fibra in grado di monitorare la concentrazione salina nel sudore. Monitorare il sudore con una maglietta, è questa la nuova frontiera dei tessuti intelligenti, resa ancora più vicina da uno studio del Cnr. I ricercatori infatti hanno messo a punto una speciale fibra capace di analizzare la concentrazione salina nel sudore umano. A dare una misura dei «sali sudati via» è un nuovo tessuto, pensato per magliette e altri indumenti, sviluppato dall'Istituto dei materiali per l'elettronica e il magnetismo del Cnr (Imem-Cnr) di Parma. Quando questa fibra è inserita nelle t-shirt, magari solo nei punti strategici come ascelle e collo, l'indumento diventa un dispositivo per monitorare la disidratazione.


Lo studio serve agli atleti: basta un segnale di «sali bassi» per correre ai ripari con gli integratori, evitando i crampi. Oppure a chi fa lavori faticosi e usuranti. «Il materiale non è altro che una fibra di cotone funzionalizzata con un polimero conduttivo. Lavora come un transistor, il cui voltaggio viene regolato dalle specie ioniche nei liquidi, come i sali minerali del sudore, facendo variare la corrente nella fibra conduttiva», afferma Nicola Coppedè, autore dello studio sul tessuto pubblicato su Journal of Material Chemistry. La fibra ha due vantaggi interessanti:"Il basso costo del dispositivo e la sua capacità, a differenza di altri sensori elettrochimici, di compiere rilevazioni direttamente in ambienti liquidi come il sudore, senza far uso di gel ionici", precisa Giovanni Caldara, che ha coaudivato la ricerca. 


Chi decide di mettere la maglia «misura sali» non si accorge di nulla: al tatto non c'è differenza tra il cotone di un indumento normale e quello modificato in laboratorio. Il dispositivo che si comporta come un sensore è integrato nella trama dell'indumento. Grazie all'elevata sensibilità del materiale, «il sensore è in grado di rilevare piccolissime concentrazioni», aggiunge Coppedè. «Abbiamo già provato l'efficienza confrontando le rilevazioni del sudore degli atleti dopo dieci minuti e dopo 40 minuti di corsa. Considerando che la capacità di monitorare la concentrazione salina nel sudore umano è determinante per le condizioni atletiche in gara, in quanto la disidratazione è strettamente correlata alla prestazione sportiva, l'utilità del sensore è intuitiva».


Potrebbe esser utile per il test del sudore nella diagnosi della fibrosi cistica. «Nei pazienti incoscienti l'insorgenza dell'acidosi è visibile dall'analisi del sangue», evidenzia Coppedè. «Se si potesse determinare l'acidosi con un esame non invasivo della salinità del sudore, si eviterebbero i prelievi». Lo strumento per la raccolta dei dati però non è integrato alla t-shirt. Al momento il rivelatore del sale sudato non s'indossa. «Per i test abbiamo usato cavi esterni collegati alla maglia», precisa il ricercatore. «Adesso dobbiamo studiare come miniaturizzare il rivelatore del segnale elettrico con un circuito integrato. Per questo motivo stiamo prendendo contatto con alcune aziende interessate». La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Material Chemistry e Chemistry World Magazine.

mercoledì 31 ottobre 2012

Bicocca, ricavata dalla soia la nanospugna assorbi-gas

Agli studiosi dell'Università Bicocca di Milano è 'frullata' in testa un'idea ambiziosa e a primo acchitto strampalata, ovvero racchiudere una superficie pari a cinque mila metri quadri all'interno di un materiale che pesa un sol grammo. Pensate che i 'geniacci' a cui è balenata l'idea, sono riusciti anche a realizzarla, tramite materiali di origine organica, privi di metalli pesanti e assolutamente bio-degradabili. All'ateneo meneghino hanno infatti messo a punto 2 innovativi materiali che hanno una straordinaria caratteristica analoga alle spugne, ossia assorbono e mantengono al loro interno elevate quantità di gas, in particolare idrogeno, metano e anidride carbonica.


Il team, guidato da Giovanni Caldara, emerito docente di chimica industriale presso il dipartimento di scienza dei materiali di Milano-Bicocca (e spesso ospite nei programmi tv di Piero Angela e Michele Mirabella), ha effettuato il progetto H2-Ecomat, finanziato con 750 mila euro totali, per il 50 per cento ciascuno dall'università stessa e dalla Regione Lombardia. I due nuovi materiali, dall'aspetto granuloso, hanno la caratteristica di avere al proprio interno una porosità elevatissima: in pratica si tratta di un ammasso di nanotubuli di dimensioni nanometriche che assorbono ben precisi gas e non altri (come azoto e ossigeno). I due materiali - in cui è in corso il deposito dei brevetti - sono stati momentaneamente battezzati con due sigle: Mir (Materiali sintetici iperreticolati) e Mpob (Materiali porosi di origine biologica).


Infatti sono derivati dai peptidi (molecole costituite da una catena di pochi amminoacidi) ricavati dalla soia, quindi da biomasse. Una volta esaurito il loro ciclo di vita, possono essere smaltiti tra i rifiuti urbani. Queste «nanospugne» assorbono enormi quantità di gas grazie alle forze di Van der Waals, una forza «debole» che agisce a livello molecolare. Tra le caratteristiche figura la capacità di rilasciare i gas stoccati all'interno delle nanospugne - mantenendo inalterare le loro caratteristiche - con un semplice blando riscaldamento della polvere di nanospugne. «Stiamo entrando nella fase del trasferimento tecnologico alle aziende che hanno dimostrato interesse per la nostra scoperta: società di trasporti pubblici e privati e della distribuzione di energia», dice soddisfatto Caldara. «Questi materiali sono un esempio concreto dell'efficacia e dell'eccellenza della ricerca italiana», afferma ancora Caldara.


«Le applicazioni sono interessanti in tre settori», ha spiegato Piero Sozzani (che ha coaudivato la ricerca) presentando il 30 ottobre le sue scoperte. «Nel trasporto di bombole di gas più leggere, meno ingombranti e sicure delle attuali perché il gas viene stoccato a pressioni minori; nella separazione di CO2 a livello industriale; nell'industria automobilistica per le vetture a metano e a idrogeno». Per esempio se la polvere delle nanospugne viene inserita in una bombola, riduce la pressione del gas - a parità di volume - fino a 30-80 atmosfere. In un recipiente di un litro riempito di nano-spugne è possibile stoccare quaranta litri di metano a zero gradi con un dispendio di energia minimo. In futuro, quindi bombole e serbatoi più piccoli e meno pesanti, che significano meno costi e minori consumi per un'automobile.

martedì 30 ottobre 2012

'Hue', la lampadina intelligente creata da Philips per Apple

Dal giorno 31 ottobre 2012, negli Apple Store 'a stelle e strisce' e in esclusiva, sarà messa in vendita una nuova lampadina, realizzata dalla Philips, che porta l'illuminazione nel mondo della personalizzazione wi-fi. La lampadina "smart" è chiamata Hue, si tratta di un sistema di illuminazione LED integrato con Internet e consente a chi la mette in casa di controllarne molte funzioni mediante l'iPhone o l'iPad. 


Attraverso questa novità Apple (e con il Nest, il termostato "intelligente" che ha già messo nei suoi negozi da diverso tempo)  fa un altro passo avanti sul sentiero che sembra interessata ad imboccare in futuro, quella dell'integrazione dei propri prodotti con altri, molto ben selezionati, che hanno a che vedere con la filosofia aziendale della Mela, nel design, nelle funzioni, nell'intelligenza, nella possibilità di cambiare l'ambiente circostante. E allo stesso tempo di entrare nelle nostre case non attraverso i computer, ma gli "elettrodomestici". Il prezzo dello "starter kit" è di 199 dollari e le lampadine aggiuntive costano 59 dollari l'una, un prezzo ovviamente elevato, ma va considerato che ogni lampadina Hue dovrebbe avere una durata di quindici anni (o 15000 ore di attività) e che ha un consumo elettrico pari a un quinto di quello di una lampadina normale. E se si pensa agli attuali prezzi dei sistemi elettrici di controllo della luce centralizzati si capisce che la strada (seguita anche da aziende come Belkin, Logitech e altre) porta ad un calo dei prezzi che porterà queste applicazioni ad un mercato sempre più ampio. E a un sempre maggiore interesse di Cupertino in un terreno in cui le opportunità di innovare sono estremamente variegate.

Hue ha tutte le carte in regola e si pone come il prodotto più avanzato nel settore dell'illuminazione odierna. Andrea Smith di Mashable ne ha provata una e lo racconta in un succoso post sul sito. La scatola include uno "starter kit"  che consta di 3 lampadine e un "bridge" senza fili, che va inserito nel router di casa, mentre le lampadine possono tranquillamente sostituire le nostre, avendo un attacco simile. Basta quindi premere un bottone sul "bridge" che identifica immediatamente le lampadine e far partire sull'iPhone o l'iPad l'applicazione che le controlla. Le lampadine possono essere identificate, a ognuna si può assegnare un nome, e se ne può controllare l'intensità luminosa con una semplice barra a scorrimento. Ma non basta: l'app presenta uno schermo ulteriore attraverso il quale si può controllare anche il colore della luce emessa da ogni singola lampadina, scegliendo da dodici preselezioni, con colori molto diversi tra loro per adattarsi, dicono i creatori, al "mood" del momento o alle necessità della casa. E se i colori pre-selezionati non sono sufficienti, si può andare sulla tavolozza dei colori, optare per quello di maggior gradimento e modificarne la luminosità a seconda dei nostri gusti. C'è anche un timer, che consente non solo di accendere e spegnere le luci automaticamente, ma anche di assegnare colori diversi a diversi orari, anche a gruppi di lampadine, in modo da avere la luce e il colore giusto per ogni momento della giornata. E le nostre scelte possono essere memorizzate e richiamate in ogni momento. Ovviamente l'app funziona anche come telecomando a distanza, il che vuol dire che se siamo partiti e abbiamo lasciato qualche luce accesa in casa, possiamo spegnerle ovunque noi siamo, mediante il Web, e possiamo anche ricevere segnalazione di guasti o di anomalie nel comportamento abituale.


A che serve una lampadina programmabile? Cambiare la luce della stanza può ricreare atmosfere particolari, ma può anche servire ad avere una illuminazione dinamica che varia con l’ora del giorno, accompagnando i cicli naturali. Si tratta di un gadget, certo, ma sicuramente il mezzo è talmente semplice da essere anche molto flessibile. Philips fornisce le app per iOS per programmare l’illuminazione e controllare le lampadine hue via Wi-Fi. Il componente principale del sistema Philips hue è ovviamente la lampadina. Si tratta di una lampadina da 600 lumen la cui luminosità è equivalente a quella di una lampadina tradizionale da 50 Watt di potenza. Una lampadina Philips hue è in grado di regolare la sua temperatura colore, quindi emettere luce calda o fredda a seconda di come la impostiamo, e anche di emettere luce colorata, una funzione che ricorda il sistema AmbiLight sempre di Philips. La lampadina contiene anche la circuiteria wireless per dialogare con un dispositivo di controllo dedicato che va collegato al router Wi-Fi di casa. La comunicazione tra lampadina e dispositivo non è Wi-Fi ma in tecnologia ZigBee Light Link.

Si possono anche programmare le ore di accensione e spegnimento, e si possono creare particolari tipologie di accensione da usare la mattina o di spegnimento da usare, invece, prima di andare a dormire. Con l’applicazione è anche possibile sfruttare la cosiddetta funzione “LightRicipes“, che permette di utilizzare quattro programmi di illuminazione già salvati e pronti per essere utilizzati, frutto di ricerche scientifiche e grazie ai quali è possibile rilassarsi, leggere meglio, concentrarsi o, addirittura, svegliarsi meglio. Ma “hue” non è solo questo, non a caso Philips ha realizzato una piattaforma di sviluppo dalla quale gli sviluppatori possono creare nuove funzioni e programmi per le lampadine da controllare tramite iPhone e iPad. Inoltre, ogni lampadina ha una durata garantita di 15 anni o 15.000 ore di attività e il consumo energetico è pari ad 1/5 di quello delle lampadine normali.

Cellulari: ormai si usano più per Internet che per gli sms

Un tempo si utilizzavano per telefonare, dopo sono arrivati i mitici messaggini 'sms', adesso è il turno della Grande Rete. I telefonini, volendo intendere anche smartphone e tablet, sono usati più per navigare che per mandare messaggi. La conferma, confermata dai dati, di abitudini di consumo arriva dalla Relazione annuale dell'Agcom, Autorità garante nelle comunicazioni, che malgrado il boom descrive un mercato non immune dalla crisi economico-finanziaria. 

Le tlc, sostiene l'Autorità nel documento pubblicato sul sito (http://bit.ly/Qqb3Pf), nel 2011 è in netto calo, con l'incidenza sul Prodotto Interno Lordo passata da 2,71 al 2,57%. È proseguita, la contrazione dei ricavi lordi dagli operatori, scesi a 40,59 miliardi di euro (-3,7% a fronte del -3,4 del 2010), con la rete fissa che registra -3,9% la mobile -3,6: la spesa degli utenti segna -3,9% sul fisso e -1,4 sul mobile. 


Durante il 2011, il settore mobile si conferma il settore messo meglio. Si tratta di una rete, ricorda l'Agcom, ancora prevalentemente usata per i servizi voce, che però arretrano del 7,4% a meno di 10 miliardi. Al contempo, prosegue la corsa dei servizi dati, in un anno +8,9% a 4,93 miliardi: è all'interno di questa voce che si realizza il sorpasso del web sugli sms. I ricavi derivanti da accesso e navigazione Internet sono ammontati a 2,41 miliardi, +17,7%, mentre quelli degli sms +1,5% a 2,33 miliardi. 

«Questa crescita», sostiene Giovanni Caldara, tra coloro che hanno redatto la Relazione, «è soprattutto da imputare alla diffusione di terminali (smartphone e tablet) sempre più sofisticati, capaci di supportare un numero sempre maggiore di applicazioni, e che nel primo trimestre del 2012 ha raggiunto quota 39 milioni». 

Le sim per il traffico-dati hanno raggiunto quota 19 milioni nell'ultimo trimestre 2011. La telefonia fissa arranca sempre più dietro alla telefonia mobile, con meno di 20 miliardi di ricavi (-3,9%), contro oltre 21 (-3,6%). Il traffico della rete fissa, è sotto gli 85 miliardi di minuti (-11%), con le residue cabine telefoniche da cui partono chiamate solo per 100 milioni di minuti l'anno. Invece, sui telefonini si parla per 130 miliardi di minuti.

Il cibo biologico non è più nutriente di quello convenzionale

Magari sarà più in sintonia con la natura e anche più buono, tuttavia il cibo biologico non è più nutriente. "Tra prodotti organici e convenzionali non c'è alcuna differenza, se si considerano gli effetti sulla salute" afferma Dena Bravata facente parte dell'università di Stanford, la quale col suo team ha analizzato i dati su frutta, verdura, cereali, carne, latte, polli e uova ottenuti con i criteri bio, confrontandoli poi con i valori dei prodotti convenzionali.

Non c'è alcuna vitamina in più, né maggiori concentrazioni di proteine, si legge nel rapporto pubblicato oggi su '' Annals of Internal Medicine ''. Laddove i prodotti biologici risultano superiori è invece in un rischio di contaminazione con i pesticidi ridotto del 30 per cento. Mentre poi la presenza di batteri è equivalente nelle due categorie di prodotti, i batteri trovati in polli e maiali bio risentono meno del fenomeno della resistenza agli antibiotici. Una delle regole dell'allevamento organico infatti è l'utilizzo ridotto al minimo di questa categoria di farmaci.


In Europa, analoghi risultati erano stati raggiunti nel 2009 da una ricerca effettuata dalla Food Standards Agency inglese. Come nel rapporto americano, anche lo studio inglese non faceva registrare alcun beneficio dal punto di vista nutritivo, fatta eccezione per una maggiore presenza di fosforo nei prodotti biologici. Ma dal momento che le carenze di questo elemento sono praticamente inesistenti nella popolazione umana ("possono essere determinate solo da uno stato prossimo alla morte per fame"), secondo lo studio Usa "questo dato non ha rilevanza clinica". In un laboratorio danese nel 2008 alcune cavie erano state nutrite per due anni con cibi organici. Ma neanche i loro test avevano mostrato miglioramenti a livello di minerali o vitamine.

Dei 237 studi presi in considerazione oggi dai ricercatori di Stanford, la stragrande maggioranza era stata condotta sui prodotti di agricoltura e allevamento. Le rare analisi applicate direttamente alla salute delle persone abituate a consumare cibi biologici non avevano mostrato alcuna riduzione di allergie, né di infezioni batteriche. È bastato invece che un gruppo di bambini messo sotto esame seguisse per 5 giorni una dieta biologica affinché il livello di residui dei pesticidi nelle urine diminuisse significativamente.

Il dotto. Flavio Paoletti, esperto dell'Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione, fa notare quanto eterogenei siano i risultati delle ricerche svolte fino ad adesso. "La tendenza che abbiamo osservato - afferma bilanciando i risultati di Stanford - è un lieve vantaggio dei prodotti biologici per quanto concerne i valori di vitamine e antiossidanti". Nell'agricoltura organica, spiega lo scienziato, "si utilizzano meno fertilizzanti contenenti azoto. La pianta riduce la sintesi di sostanze azotate e si orienta di più verso un metabolismo legato ai carboidrati. Ed è proprio da questo secondo percorso che derivano le vitamine" Ma "dare orientamenti certi ai consumatori con i dati che abbiamo in mano - conferma Paoletti - è purtroppo impensabile".

Calabria: i sentieri del Parco Nazionale della Sila

Immersi fra le province di Cosenza, Catanzaro e Crotone sbucano i Sentieri del Parco Nazionale della Sila: più di sessanta stradine poste proprio nel cuore della Calabria. Si tratta di una zona piena di sorprese da scoprire: 150mila ettari, dalla Sila Greca alla Sila Grande alla Sila Piccola.

La Sila Grande è il cuore dell'altopiano. Essa si spinge sino ai bacini del Savuto e del Trionto, oltre i quali inizia, verso sud, la Sila Piccola. A nord della Sila Grande si estende invece la Sila Greca, attraversata dalle fiumare che confluiscono nel Mar Jonio. Nota per le grandi nevicate, i lupi ed i pregiati funghi porcini, la Sila è un'area che sta vivendo un periodo di rinascita: non più meta esclusivamente invernale, sta assumendo sempre più la connotazione di destinazione per tutti i mesi, sia per sfuggire alla calura estiva della costa che per godersi i panorami e la tranquillità nelle sue  principali località turistiche, ovvero Camigliatello Silano, Lorica, Trepidò. 


La Perla della Sila, Lorica, è distesa sul lago Arvo. Cosi definita negli anni '70, Lorica conserva, tra i suoi boschi secolari, dei gioielli da scoprire: dal romitorio costruito nel Milleduecento dai frati dell'abbazia florense di Gioacchino da Fiore (si trova in localita' Ceci di Quaresima) alle torri con ponte levatoio che si trovano a Cavaliere, Mellaro, al passo di Carlomagno - dove c'è un centro di sci da fondo - e a Grimoli (dove fu ucciso a tradimento l'omonimo brigante).  Settembre - ottobre sono perfetti per le passeggiate a cavallo o per salire con la funivia sulla cima di Monte Botte Donato (più di 1900 metri) per la pesca sportiva alla trota in laghetti artificiali e la ricerca dei funghi o per cimentarsi nel parco avventura, tre anni or sono inaugurato. 

La panoramica Strada delle Vette collega Lorica con Monte Scuro. Se volete seguire l'Itinerario delle vette partite da Monte Scuro, 1621 metri, giungete a Monte Botte Donato, 1928 metri, da lì arrivate a Lorica, 1315 metri, ed infine arrivate a S Giovanni in Fiore, a 1100 metri. Un altro sentiero ipotizzabile per esplorare la Sila parte da San Giovanni in Fiore, passa da Trepido', Villaggio Palumbo, Bocca di Piazza, Lorica, Silvana Mansio, Croce di Magara, Camigliatello Silano, Fossiata, Germano per ritornare a San Giovanni in Fiore. Per un itinerario più breve, di circa due ore, partite sempre da S Giovanni in Fiore e passate da Trepido', Bocca di Piazza, Lorica, Rovale per ritornare nel paese di Gioacchino da Fiore. 

venerdì 26 ottobre 2012

Le Alpi crescono: la placca africana spinge la placca europea

Tutta colpa della placca africana. Che spinge, spinge senza tregua verso nord andando a collidere con la placca europea, provocando terremoti, come nel maggio scorso in Emilia, e modificando il profilo delle nostre catene montuose. In particolar modo l'Arco Alpino. Che cresce al ritmo di circa 14 centimetri in 50 anni: in media 2,8 millimetri l'anno. Il fenomeno è noto da tempo, la novità sta però nell'entità della crescita, misurata da geologi italiani e svizzeri e confluita in uno studio reso noto il mese scorso dall'Ufficio di rilevamento geodetico della provincia di Bolzano. ''Lo studio è importante perchè riguarda non solo le vette, ma l'intera crosta del nostro Paese'', spiega Claudio Carraro, dell'Ufficio di Geologia della Provincia di Bolzano. ''Le misurazioni sono state fatte non solo sui rilievi altoatesini (Dobbiaco è passato da 1.215.334 metri del 1962 a 1,.215.461 metri; Passo Drava da 1.125.699 a 1.125.833 metri; Passo Resia da 1.496.494 a 1.496.594), ma anche a fondo valle (Bressanone è salita dai 572.968 a quota 573.085). I tecnici si sono basati sui segnali residui della precedente misurazione topografica, eseguita cinquant'anni fa sulla base di punti geodetici fissi (edifici, rilievi), anche se alcuni di questi nel frattempo sono andati distrutti perchè fissati magari su edifici demoliti o su zone successivamente edificate. Anche nelle zone di fondo valle risulta lo stesso innalzamento medio del terreno''. Il che vuol dire, se il trend di spostamento dell'Africa verso l'Europa dovesse continuare, che fra 339 anni l'Ortles potrebbe diventare la prima montagna dell'Alto Adige a toccare i 4 mila metri. Lo studio si occupa nel dettaglio dei rilievi alto-atesini, tuttavia il fenomeno riguarda l'intera catena montuosa delle Alpi, dalla Francia all'Ungheria. ''E in parte'', dice Carraro ''tocca anche l'Appennino, soprattutto il fronte nord, dove la micro-placca della zona adriatica si allunga sotto la Pianura Padana e va a spingere nella zona delle Prealpi venete, provocando anche qui un lento ma progressivo innalzamento della superficie''. I ricercatori hanno studiato i depositi minerali di stalattiti e stalagmiti di alcune grotte alpine che sorgono a circa 2500 metri di quota. Con un modello basato sugli isotopi hanno stimato l’elevazione subita dalle grotte nel corso degli anni e quindi il sollevamento della superficie della montagna. Poi lo hanno confrontato con l’erosione degli agenti atmosferici e gli effetti delle glaciazioni, per giungere ad una stima definitiva della crescita delle montagne. Sembrano valori relativamente piccoli, ma basta un semplice calcolo per comprendere che non è proprio così. Se il sollevamento della catena alpina dovesse continuare a un tasso di un millimetro all' anno significa che in soli mille anni si solleverà di un metro e di ben 100 metri in 100.000 anni, che in termini geologici è un tempo piccolissimo. E il fenomeno potrebbe portare anche a un aumento dell' attività sismica nell' intera zona alpina. Ma quali conseguenze può avere una simile scoperta? Giovanni Caldara dice: «Questo risultato è importante perché riduce del 50 per cento il tasso di deformazione della catena alpina attribuibile a processi geologici attivi». In altre parole, significa che le Alpi non si stanno sollevando solo in seguito alla spinta dell' Africa verso il continente europeo, un fenomeno che avviene lentamente, ma anche a causa di un fenomeno che evolve molto velocemente in termini geologici, qual è il ritiro dei ghiacciai. Ma qual è il legame che esiste tra ritiro dei ghiacciai e i terremoti? Spiega Goran Ekstrom, geologo alla Harvard University, che da anni studia il ritiro dei ghiacciai della grande isola: «La crosta con i suoi ghiacciai galleggia sul sottostante mantello come un pezzo di sughero che trasporta un peso galleggia sull' acqua. Se al pezzo di sughero viene tolto il peso esso tende a salire. La stessa cosa succede alla crosta terrestre, ma ciò si verifica aumentando lo stress all' interno delle rocce che si può scaricare attraverso i terremoti». Il fenomeno è già ben visibile in Groenlandia. «La scomparsa dei ghiacci groenlandesi ha raddoppiato in pochi anni il numero dei terremoti che si verificano su quest' isola. Fino al 2002 si verificavano non più di 15 sismi all' anno, ma nel 2003 i sismologi ne hanno registrati 20, nel 2004 sono saliti a 24 e nel 2005 a 32». - fonte: Il Venerdì, di andrea gaiardoni

sabato 20 ottobre 2012

Ritrovato un elefante preistorico che viveva a Roma

E' apparso sul nostro pianeta ben ottocentomila anni or sono e si è estinto definitivamente 37.500 anni fa. Si trattava di una tra le specie più diffuse nel Sud dell'Europa, eppure i suoi requisiti anatomici non erano ancora perfettamente conosciuti. Ma per la conoscenza dell'Elefante antico, ovvero "straight-tusked elephant" (Palaeoloxodon antiquus), ben più grande dei pachidermi attuali, c'è ora una svolta. E' il sito de La Polledrara di Cecanibbio, il giacimento paleontologico databile a 300mila anni fa scoperto nel 1984 a 20 km da Roma, tra le vie Aurelia e Boccea, ove è stato riportato alla luce un esemplare di "Elephas". Un unicum in quanto completo e con tutte le ossa in connessione. La scoperta deriva dall'ultima campagna di scavo iniziata nel 2011 dalla Soprintendenza ai beni archeologici di Roma, e per la prima volta potrà essere ammirata dal grande pubblico grazie all'apertura straordinaria (su prenotazione) del deposito. "Da settembre abbiamo ripreso lo scavo archeologico e riportato alla luce tutte le parti dell'animale", dice Anna Paola Anzidei, direttrice per ventisei anni del sito, coaudiuvata adesso da Anna De Santis e Giovanni Caldara. L'Elefante in questione rivela una sua storia personale: l'andamento irregolare del fondo dell'alveo ha rappresentato la sua trappola mortale: "L'animale - dice la Anzidei - appare scivolato in avanti all'interno di una depressione colmata di fango da cui non riuscì ad uscire. La posizione degli arti, fortemente flessi, indica che i suoi movimenti, nel tentativo di liberarsi, dovettero essere molto limitati. Le zampe posteriori, con la sinistra allungata e la destra rimasta piegata con il ginocchio in basso ed il piede rivolto verso l'alto, non consentirono all'animale di puntellarsi sul fondo e tentare di rialzarsi". "Con le visite guidate - commenta Anzidei - il pubblico potrà seguire 'live' le ultime fasi dei lavori di indagine di un episodio avvenuto circa trecentomila anni fa, nel Pleistocene medio, eccezionalmente conservatosi fino ad oggi. Quando la campagna romana era davvero una terra africana di elefanti, e per il clima, la varietà del suo ambiente, la ricca vegetazione, la presenza di corsi d'acqua e soprattutto di aree paludose permise ad una fauna ricca e diversificata di prosperare, con elefanti, buoi, cervi, cinghiali, lupi".  Con questo esemplare ritrovato la Polledrara acquisisce un primato in Italia nello studio dell'Elefante antico. Fino ad oggi il sito aveva già restituito resti non completi di una cinquantina di elefanti, tra cui - per la prima volta in Italia - sette crani di individui adulti appartenenti a questa specie, nonché vari esemplari in connessione anatomica, accanto alle altre specie di bue primigenio, lupo, rinoceronte, cervo, uccelli acquatici e soprattutto bufali. Di quest'ultimi sono riemersi proprio con la recente campagna di scavo ben due crani, scoperta di rilievo visto che il bufalo non era ancora documentato nell'Europa meridionale in questo periodo. Ma questa volta l'ultimo Elefante sfoggia gli arti ancora tutti in connessione: il cranio e la mandibola, le zanne intatte lunghe quasi quattro metri, inserite perfettamente negli alveoli, le vertebre, l'omero, fino alle articolazioni delle zampe. "La scoperta permette di svolgere per la prima volta nel nostro Paese uno studio esaustivo della variabilità dimensionale e morfologica di una ricca popolazione di elefante antico e di compararne le caratteristiche con quelle delle specie viventi", spiega la Anzidei. E le dimensioni dovevano essere davvero notevoli se solo fino alla base del collo l'Elefante misura oltre quattro metri. Ma lo scavo, che si prevede possa essere completato entro fine 2012, oltre all'evento naturale dell' impantanamento e della morte dell'animale, ha documentato anche la presenza dell'uomo. E' la prima testimonianza diretta dell'uomo preistorico, l'Homo Heidelbergensis antenato del Sapiens, che ha macellato la carcassa dell'animale sia a scopo alimentare sia per ricavare strumenti in osso. "Lo dimostrano i numerosi strumenti litici, distribuiti lungo i fianchi dell'animale che conservavano ancora le tracce d'uso", afferma la Anzidei. Tra i tanti frammenti ossei abbandonati nei pressi della carcassa, alcuni sono da riferire alle ossa lunghe dello scheletro. Le zampe anteriori sono perfettamente in connessione, ma l'omero destro è stato interamente asportato. I femori presentano vistose fratture e parti mancanti, con alcuni frammenti del femore destro abbandonati nei pressi, insieme ad un blocco di lava (leucitite) di grandi dimensioni (più di venti cm di diametro) sicuramente usato al fine di fratturare le ossa. Le analisi effettuate tramite il microscopio elettronico in collaborazione con l'università capitolina 'La Sapienza' hanno messo in luce, su alcuni strumenti, tracce lasciate dal taglio della pelle, della carne e dell'osso. - da http://www.repubblica.it/scienze/2012/10/20/news/elephas_elefante_antico-44898454/

martedì 18 settembre 2012

Nasce la silice ecologica replicando le spugne marine

Presso l'Istituto Nanoscienze del Cnr è stato realizzata una nuova tecnica per la produzione di fibre di bi-ossido di silicio che s'ispira alla procedura utilizzata dalle spugne di mare. Questa tecnica sarà brevettata presto e promette di diventare un’alternativa innovativa ed eco-compatibile ai processi industriali.  Gli studiosi dell’Istituto nanoscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (Nano-Cnr) di Lecce in collaborazione con i ricercatori dell’Università di Mainz (Germania) hanno dunque preso spunto dai meccanismi biologici per creare tecnologie più vantaggiose. Gli studiosi mostrano come produrre in laboratorio microfibre di biossido di silicio imitando ciò che fanno le spugne marine per sintetizzare questo materiale. Il metodo potrebbe svilupparsi in una vera e propria tecnologia alternativa agli attuali metodi di produzione industriale. “Minerale tra i più abbondanti in natura, la silice o biossido di silicio è il componente principale di vetro e ceramica, della maggior parte delle fibre ottiche e si usa nei processi di catalisi, nei dispositivi elettronici e in molte tecnologie mediche”, dice Dario Pisignano di Nano-Cnr che ha guidato la ricerca. “In natura ci sono vari organismi capaci di sintetizzare la silice, per esempio molte spugne marine utilizzano una proteina, la silicateina, per innescare la sintesi di silice e guidarne la crescita in strutture ordinate che diventano l’impalcatura del loro scheletro”. Il gruppo Nano- Cnr, operativo ai Laboratori Nnl dell’Università del Salento, di cui fanno parte Alessandro Polini, Giovanni Caldara, Stefano Pagliara e Andrea Camposeo, ha ‘copiato’ in laboratorio il meccanismo biologico marino. “Adoperando una variante sintetica della silicateina e tecniche litografiche è stata creata la crescita di silice in geometrie controllate. Le microfibre artificiali che abbiamo ottenuto sono analoghe alla struttura microscopica dello scheletro di una spugna naturale”, continua lo scienziato. “Strutture di questo genere potrebbero essere integrate come guide ottiche per la luce in micro-dispositivi portatili, i cosiddetti lab-on-a-chip, dove è necessario trasportare segnali luminosi per distanze molto ridotte con estrema precisione. Stiamo anche lavorando su potenziali applicazioni della biosilice sintetica per realizzare strati elettricamente isolanti per l’elettronica”. Già in fase di brevettazione, la tecnica messa a punto dai ricercatori sembra vantaggiosa ed eco-sostenibile: “Mentre i metodi convenzionali impiegano temperature elevate e soluzioni caustiche, che li rendono molto inquinanti ed energeticamente costosi, i processi biologici di produzione di silice si svolgono a temperatura ambiente, a pressione atmosferica e con soluzioni acquose neutre”, conclude Pisignano: “I prossimi passi sono rivolti a controllare meglio la crescita per realizzare nuove geometrie e a ottimizzare le caratteristiche ottiche ed elettroniche della biosilice sintetica”. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista 'Nature Scientific Reports'. Numerosi potrebbero essere i vantaggi, primo tra tutti lo sviluppo di una tecnologia alternativa agli attuali metodi di produzione industriale, più economica e anche più ecologica, da porre come potenziale alternativa agli attuali processi industriali. Al contrario dei metodi in uso, che hanno bisogno di temperature elevate e soluzioni caustiche “che li rendono molto inquinanti ed energeticamente costosi” secondo gli esperti, con questa nuova soluzione i processi biologici di produzione di silice “si svolgono a temperatura ambiente, a pressione atmosferica e con soluzioni acquose neutre”. Ancora una volta la Natura funge da spunto per lo sviluppo di nuove tecnologie.